museo di palazzo reale 
piazza plebiscito, 1

telefono: 081.400547; 848.800288
sito web: www.palazzorealenapoli.it
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Hotel Consigliato: Hotel Joyfull - Napoli
ingresso (indicativo): euro 4 (tariffa intera) - euro 2 per residenti UE 18-25 anni; gratis under18 e over65 (tariffa ridotta)
orario:  9-20.00
9-20.00 (festivo)
chiuso il mercoledì

Nel panorama di Napoli, dal mare, si distingue la lunga facciata rossa e grigia del Palazzo Reale, ornata, al primo piano, dai grillages del giardino pensile.
Ai primi del 1600, i Viceré spagnoli di Napoli, decisero di costruire per sé e per i viaggi del Re di Spagna una residenza moderna, aperta in porticati e logge, ampia e ben decorata, secondo il gusto classicistico. Ben diversa quindi, dai magici castelli fortificati nei quali avevano vissuto i Re angioini ed aragonesi.
Il luogo prescelto si trovava accanto a Castel Nuovo, alla fine di via Toledo, verso il nuovo quartiere residenziale di Chiaia, a sud-ovest della città antica.
Ancor oggi il Largo di Palazzo, piazza del Plebiscito, è uno dei centri del potere dello Stato a Napoli. Su di esso infatti, si affacciano le sedi del Comando Militare in Italia Meridionale e della Prefettura.
Il palazzo fu progettato, ed in parte costruito, da Domenico Fontana, per ordine del Viceré Fernando Ruiz de Castro, Conte di Lemos e della Viceregina Caterina Zúnica, secondo un modello edilizio del tardo Rinascimento. Un modello che l'architetto aveva già sperimentato a Roma, nella sua attività per il Papa Sisto V.
Soprattutto la facciata, in mattoni e piperno, riprende, con accentuazione manieristica dell'estensione in larghezza, temi costruttivi ed ornamentali della cultura romana, come colonne di granito, iscrizioni in latino, frontoni e lesene doriche, ioniche e corinzie.
L'interno è distribuito intorno al cortile d'onore, quadrato e circondato da un porticato ad archi di piperno, che, nel piano superiore, corrisponde all'ambulacro, loggia coperta su cui si affacciano le stanze.
Già nel progetto del Fontana, ma anche come risultato dei successivi ampliamenti, di Sanfelice, Vanvitelli, Fuga e Gaetano Genovese, altri due cortili di pianta rettangolare comunicano con la corte d'onore: il cortile del Belvedere e quello delle Carrozze, creando, con gli androni allineati e la ripetizione modulare degli elementi architettonici, suggestivi effetti di più direzioni all'infinito.
A nord si estende il giardino creato dal botanico Denhart nel 1841, negli anni del grande restauro ottocentesco della Reggia. Magnolie, lecci e piante rare accostano i loro verdi con gusto pittorico, con l'inserto esotico, e più recente, di palme ad alto fusto.
Il giardino e tutto il versante nord-orientale della Reggia con il Regio Teatro San Carlo e la scarpata delle scuderie sono circondati da una cancellata ottocentesca in ferro.
L'ingresso dell'antico maneggio è sormontato dalle sculture in ferro di due "domatori di cavalli" di Clodt Von Jurgenburg, donati al Re Ferdinando II Borbone dallo Zar di Russia nel 1846 e inaspettato motivo di gemellaggio con San Pietroburgo perché replica di altre due sculture collocate su un ponte della Neva.
La spianata verso il Vesuvio è collegata agli spalti del Maschio Angioino da un ponte ad arco di impianto vicereale, traccia dell'antico funzionale legame tra il Palazzo e la Fortezza, con l'arsenale delle artiglierie.
La Fabbrica di Porcellana Borbonica, nel primo periodo di attività, si trovava in un padiglione qui accanto e tutto il palazzo era animato da attività accessorie alla vita di corte, come: la Reale Stamperia, la Reale Arazzeria (dopo il trasferimento da San Carlo alle Mortelle), la seicentesca Accademia Palatina, la Cappella Reale, gli Uffici della Tappezzeria, i corpi di guardia militare, gli alloggi del maggiordomo maggiore e di tutto il personale.
Per tre secoli, dal 1600 al 1946, il Palazzo Reale è stato sede del potere monarchico a Napoli ed in Italia Meridionale, abitato, prima da Viceré spagnoli e austriaci, poi dai Re Borbone, infine dai Savoia.
Dal 1919 il Palazzo Reale è adibito a Museo degli Appartamenti Storici ed a Biblioteca Nazionale, svolge, quindi, un ruolo diverso, un ruolo culturale, nella vita della città.

Lo Scalone d'onore

L'Appartamento Storico del Palazzo Reale conserva l'arredo e le decorazioni del piano nobile, con le trenta sale più antiche, nelle quali si svolgevano le funzioni istituzionali e di rappresentanza.
Vi si accede dallo scalone d'onore monumentale.L'atrio è rivestito di marmi rosati di Mondragone, Portovenere, Vitulano e breccia di Sicilia, alternati a bassorilievi in marmo bianco, ornati di trofei militari ed allegorie. Sulla volta, stucchi bianchi su fondo grigio raffigurano simboli dinastici e stemmi di Napoli e Sicilia.
Alla decorazione lavorarono, tra il 1838 e il 1858, scultori e stuccatori dell'Accademia di Napoli, su disegni di Gaetano Genovese. La scala antica, di Francesco Antonio Picchiatti, fu modificata secondo il gusto tardo neoclassico dell'architetto di corte.
La balaustrata di marmo bianco intagliato, su cui poggiano i lumi della Fabbrica Reale di Pietrarsa, unifica, come un lungo nastro ornato, pareti e rampe simmetriche della scala.
Abbattuto Palazzo Vecchio, cui si addossava la scala, fu possibile aprire la parete di fondo con arcate in ferro e vetro che rendono l'ambiente molto ampio e luminoso.
Ai lati delle rampe, quattro sculture rappresentano le Virtù Regie (la Clemenza, di Tito Angelini; la Prudenza, di Tommaso Solari, con il ramo di ulivo e lo specchio; la Fortezza, con la lancia, di Antonio Calì e la Giustizia, di Gennaro Calì, con il fascio della magistratura romana).L'ambulacro è il lungo corridoio di disimpegno su cui si aprono le Sale. Chiuso da vetrate e ornato di stucchi nell'Ottocento, è anche il principale luogo delle attività espositive temporanee sui temi dell'architettura, delle arti figurative e della storia della cultura, oltre che delle mostre sulla collezione del Museo.

Teatrino di Corte

La prima sala, a destra dello scalone, è il Teatrino di Corte, l'antica "Sala Regia", usata per ricevimenti e spettacoli con apparati effimeri. Fu allestita come Teatrino, da Ferdinando Fuga nel 1768.
Il soffitto, originariamente affrescato da Antonio Dominici con una "Allegoria delle nozze di Poseidone e Anfitrite"; allusivo al matrimonio di Ferdinando IV e Maria Carolina d'Austria, occasione nella quale fu inaugurato il Teatrino, è andato perduto a causa dei bombardamenti della seconda guerra mondiale.

L'affresco attuale è una copia di Francesco Galante. E' intatta invece la scansione settecentesca delle pareti con nicchie e lesene profilate di stucco dorato, e dodici statue in cartapesta, dello scultore Angelo Viva, che risalgono al 1768, e raffigurano Apollo, Minerva, Mercurio e le nove muse.
Già usato per le commedie mimiche del marchese di Liveri, al tempo di Ferdinando IV, il Teatrino ospitò rappresentazioni di opere buffe di Paisiello, Cimarosa e Piccinni ed è ancor oggi sede di conferenze e spettacoli.

Sala Diplomatica

Resti della decorazione manieristica a fresco ritrovati sotto la volta incannucciata e rimossi con procedimenti di stacco, sono ora esposti su un pannello.
Domina sul soffitto il dipinto di Francesco De Mura con "l'Allegoria delle Virtù Di Carlo di Borbone e Maria Amalia di Sassonia" e le "Allegorie dei Continenti" che fu realizzato nel 1738, ai primi anni del Regno autonomo dei Borbone, per le nozze del nuovo re.
Una illusiva riquadratura, dipinta da Vincenzo Re, incornicia l'allegoria, creando un vertiginoso effetto di "sfondato" che predispone alla visione barocca di De Mura.
Al centro si distinguono il "Genio Reale" e gli stemmi degli sposi (Borbone e Sassonia). Adagiata su nuvole, la personificazione delle virtù con i loro simboli, mentre, in basso, "Imeneo coronato di fiori scaccia dalla scena il Furore e la Malignità".
Imponenti mobili neobarocchi arredano la Sala, tappezzata di lampasso rosso della Fabbrica di San Leucio.
Alle pareti, due arazzi Gobelins della serie delle Allegorie degli Elementi: "Il fuoco e l'aria" tessuti per celebrare il potere di Luigi XIV di Francia e opera di Louis de La Tour su cartoni di Charles Lebrun.

Sala IV

La seconda anticamera (Sala IV), conserva la decorazione del soffitto dei primi decenni del Seicento con pitture di genere storico.La bottega di Belisario Corenzio, greco-italico di formazione manieristica, dipinse qui i "Fasti di Alfonso il Magnanimo", fondatore del regno aragonese di Napoli e indicato, propagandisticamente, dai Viceré spagnoli, come antecedente della loro dominazione.
Alle pareti, la Sala conserva due dipinti di Massimo Stanzione, seguace napoletano del naturalismo di Caravaggio: "Lucrezia, eroina romana" e la "Vestizione di Sant'Ignazio", complessa scena religiosa ispirata a Guido Reni.
Sulle consoles, della fine del Settecento, gruppi di vasi ed orologi di stile Impero, di Pierre Philippe Thomire, portati a Napoli da Gioacchino Murat.Si tratta del doppio matrimonio delle principesse Maria Teresa e Maria Luisa Borbone con i cugini austriaci, celebrato nella Cappella Reale di Napoli nel 1790.
L'importanza documentaria delle due tele è soprattutto nella riproduzione dello stato della Cappella e dello Scalone reale alla fine del Settecento.
Nella terza anticamera, decorata e arredata nell'Ottocento, sono esposti due dipinti del Seicento napoletano: "Loth e le figlie" di Massimo Stanzione, e il "Bagno di Diana" di Pacecco de Rosa.
Sulla parete centrale, l'arazzo con il "Ratto di Proserpina", di Pietro Duranti, documenta l'attività della Reale Arazzeria di Napoli in una fase in cui l'architetto di corte, Luigi Vanvitelli, intervenne a coordinare la scelta degli autori del modello preparatorio, in questo caso, il pittore Gerolamo Starace Franchis e dello stesso arazziere, di origine romana.
Il risultato fu l'introduzione della manifattura su telai ad alto liccio, invece che a basso liccio, e una definizione disegnativa più coerente della composizione tardo-barocca.
Da poco restaurato, l'arazzo ha ritrovato la delicatezza delle tonalità pastello dovute al largo uso di seta non tinta, che distingue la fabbrica napoletana, nata già nella fase rocaille dell'arazzo.

Sala del Trono

Giungiamo alla Sala del Trono, il luogo dell'autorità, dove il Re riceveva.
Riconosciamo il cielo del baldacchino settecentesco di velluto rosso con applicazioni di galloni dorati e motivi di nastri intrecciati, tramandato dai dipinti di pittori settecenteschi che raffigurano la cerimonia dell'abdicazione di Carlo di Borbone, divenuto Re di Spagna nel 1759, in favore del giovane Ferdinando IV.
Il trono di legno dorato, con i leoni di stile Impero sotto i braccioli, è invece databile intorno al 1850.
Il trono è idealmente circondato, nel soffitto, da una schiera di figure femminili in peplo e corona murata; sono le province del Regno di Napoli al momento della Restaurazione nel 1818: Molise, Abruzzo, Citra e Abruzzo Ultra, Terra di Livorno, Principato Ultra, Capitanata, Terra di Bari, Terra d'Otranto, Calabria e Calabria Citeriore.
Napoli e la Sicilia sono rappresentate dagli stemmi del cavallo e della Trinacria, al centro, contornati dalle onorificenze borboniche.
Disegnata da Antonio De Simone, la decorazione realizzata dagli scultori Domenico Masucci e Valerio Villareale si ispira al gusto neoclassico "imperiale" e burocratico del periodo murattiano.
Nella Sala sono esposti ritratti di personaggi reali, dal Seicento all'Ottocento. Di fronte al trono, Ferdinando I, di Vincenzo Camuccini, che raffigura il Re che ha regnato più a lungo su Napoli (dal 1759 al 1825), in atto di mostrare la Basilica di San Francesco di Paola, costruita nel largo di palazzo, come ex voto per il ritorno dei Borboni nel 1815.
La storica Ambasceria dei Turchi e dei Tripolini, giunti a Napoli nel 1741, è rappresentata in due ritratti di Giuseppe Bonito, replica di due tele di reportage inviate a Madrid, che documentano l'interesse a Corte per l'oriente e l'esotico.
Farnese, Sassonia, Braganza, Asburgo sono rappresentati spesso da personaggi femminili, nei ritratti esposti nella Sala.
E' presente anche Vittorio Emanuele III Savoia da bambino, principe di Napoli, in una tela del 1874.

Sala VII

Alle spalle della Sala del Trono vi è il cosiddetto "passetto del Generale" (ora Sala VII), arredato con una specchiera in legno e bronzi dorati, che provenivano dalle camere di Carolina Bonaparte nella Reggia Napoletana.
Alle pareti, "San Sebastiano curato dalle pie donne", di Granet, del 1815, ed un ciclo di monumentali dipinti del napoletano Tommaso De Vivo con la storia biblica di Giuditta, in tre episodi di gusto teatrale, datati tra il 1841 e il 1848.

Salone degli Ambasciatori

Nella tipologia del Palazzo seicentesco, alla Sala del Trono e delle Udienze segue la Galleria, ambiente ad angolo, di pianta rettangolare, che un tempo fungeva da collegamento con gli appartamenti privati.
Il Salone degli Ambasciatori aveva infatti questa antica funzione. Tappezzato, nel dopoguerra, in raso verde a fasce, è allestito con arazzi francesi: le "Allegorie della terra e del mare", della Manifattura Gobelins, su cartoni di Charles Lebrun, che concludono la serie degli Elementi, della Sala Diplomatica. Gli arazzi furono donati dal Re di Francia al Nunzio Apostolico presso la corte di Napoli nel 1719.

Tessuti ai primi del secolo, sono una replica di una serie del 1664, caratterizzata dal gusto del classicismo barocco nelle parti figurate e dalla grande qualità delle nature morte ornamentali che, lungo il bordo, richiamano il tema iconografico.
I due arazzi tra i balconi fanno parte delle Storie di Enrico IV. Datati 1787 e 1790, risalgono alla fase tarda della fabbrica Gobelins, nel momento in cui anche l'arazzo si ispira al genere storico ed imita, rinunziando del tutto agli effetti decorativi, la grande pittura monumentale.
Alle pareti, dipinti del Seicento di cultura napoletana, in particolare "l'Annunciazione", proveniente dal Museo di Capodimonte, di Artemisia Gentileschi, del 1631, quando la pittrice dimorava a Napoli.Il soffitto del Salone degli Ambasciatori è uno dei più antichi del Palazzo. Affrescato da Belisario Corenzio, Onofrio e Andrea de Lione ed altri aiuti, nel III decennio del Seicento, raffigura, negli scomparti della finta volta a botte, i "Fasti della casa di Spagna".
La composizione è concepita come lo svolgersi delle pagine di un libro illustrato, con iscrizioni in spagnolo a commentare e descrivere gli episodi: il giuramento di fedeltà dei siciliani a Ferrante d'Aragona; l'incontro di Ferrante e San Francesco di Paola; la battaglia contro i mori sulle montagne di Alpuxarras; la partenza per le Canarie; Cristoforo Colombo che presenta ad Alfonso di Castiglia la carta geografica del Nuovo Mondo.
Gli affreschi, da poco restaurati, erano un tempo circondati da una cornice di grottesche, ritrovate sotto la vernice, e sono separati da quinte con "Trofei di guerra e figure di prigioni" simili ai frontespizi dell'illustrazione libraria seicentesca.
L'effetto è particolarmente suggestivo, perché la fantasia manieristica dei pittori, qui, si esprime liberamente e assume accenti quasi caricaturali della pittura naturalistica.

Sala di Maria Cristina

La Sala detta di "Maria Cristina" in ricordo della regina di Napoli, morta nel 1836 e beatificata per la sua religiosità, era una camera dell'appartamento privato dei reali, successivamente trasformato in Salone di Rappresentanza dopo il 1837.
La cappellina annessa, ricorda questa antica funzione con cimeli di Maria Cristina e una serie di dipinti raffiguranti: "Storie della nascita di Cristo", di Francesco Liani, pittore emiliano alla corte di Ferdinando IV.
La Sala espone opere di pittura sacra dal Cinquecento al Seicento. In particolare: una copia antica da Filippo Lippi "La Madonna con bambino e San Giovannino", di Pedro Roviale, attivo nella Cappella della Sommaria in Castelcapuano, e "l'Andata al Calvario", attribuita a Decio Tramontano.
"La strage degli Innocenti" di Andrea Vaccaro, documenta la forte assimilazione dei modelli del Seicento classicistico, in particolare di Poussin. Le "Anime purganti", dello stesso Vaccaro, è uno dei dipinti votivi commissionati dal Viceré di Pegnaranda per la Chiesa di Santa Maria del Pianto, dopo la terribile peste del 1656.

Sala XI

Nel soffitto della Sala XI, dipinto da Giovan Battista Caracciolo, detto Battistello, nel secondo decennio del Seicento, sono rappresentate le scene più importanti della conquista del Regno di Napoli, da parte di Consalvo di Cordova, il Gran Capitano, nel 1502.
Anche qui, come nel Salone degli Ambasciatori, iscrizioni in spagnolo raccontano la guerra: il Gran Capitano si impossessa della Calabria; assalta i francesi a Barletta; riceve le chiavi dagli Eletti della città; entra trionfante in Napoli da Porta Capuana.

Il grande pittore risolve in chiave monumentale il linguaggio naturalista e, con spirito di adesione alla storia, inserisce veri ritratti nelle scene dipinte, in particolare il volto di Michelangelo da Caravaggio, suo maestro, al centro dell'Ambasceria.
Negli spicchi ad angolo sono dipinti stemmi del Conte di Lemos ed imprese vicereali.
Alle pareti, il "Ritratto di Pierluigi Farnese duca di Castro" attribuito a Tiziano; una "Vanitas" rappresentata come una fanciulla che si pettina, di scuola dell'Italia Settentrionale del Cinquecento e dodici Proverbi figurati, di Otto Venuis, della scuola di Federico Zuccari.

Sala dei Fiamminghi

La Sala dei Fiamminghi ha il soffitto decorato, nel 1840, da Gennaro Maldarelli, con la scena storica di "Tancredi che rimanda Costanza all'Imperatore Arrigo VI", circondata dagli stemmi delle province meridionali, che il gusto neogotico presenta come insegne medioevali.
E' qui raccolta una serie di ritratti del Seicento olandese, caratterizzati dalla concentrata austerità dei volti e dei costumi. "La canonichessa" di Nicolas Maes, allievo di Rembrandt e "La giovane Beghina" di Ludolf De Yong, databile dopo il 1645, sono i momenti più intensi di questa raccolta, un tempo collocata nella Galleria Reale del Palazzo Francavilla.
"Gli esattori delle Tasse", di Marinus Van Roymerswaele, si presentano come un ritratto doppio di tipo caricaturale. L'intenzione del pittore, preso dall'ideologia calvinista, è quella di mettere a nudo l'avidità dell'esattore dal ghigno ammiccante e le mani adunche, mentre l'amministratore riporta le somme nei registri, in un atteggiamento di corretta distanza dal denaro.
Al centro della Sala è collocata una graziosa uccelliera di porcellana e bronzo dorato sostenuta da una fioriera con vedute delle Ville Imperiali russe, prodotto nelle manifatture di Gorbunovo, presso Mosca, e dono dello zar Nicola I a Ferdinando II nel 1846. Sulla console con grifoni alati, databile al periodo murattiano, si trova l'orologio musicale di Charles Clay, Londra, dei primi del Settecento.

Studio del re

Nello Studio del re, l'arredo ci riporta nel pieno dell'assetto Impero della Reggia, al tempo di Gioacchino Murat, Re di Napoli dal 1808 al 1815.
Alle pareti, il damasco color tortora della fabbrica di San Leucio fa da sfondo a mobili di grandissimo pregio: si tratta di un secrétaire, una commòde ed un tavolo scrittoio, realizzati a Parigi tra il 1809 e il 1811 dall'ebanista Adam Weisweiler, che firma lo scrittoio con il proprio marchio a fuoco.
Uno stile omogeneo caratterizza, programmaticamente, le regge napoleoniche in tutta Europa. Mobili dalle sagome rettilinee, di lucidissima radica, in questo caso in legno di tuia, animate da applicazioni in bronzo dorato tratte dalla decorazione vascolare e da richiami all'antico.
Sul secrétaire, una silhouette di Minerva che allontana Amore da una giovinetta. La si ritrova identica su un mobile di Lemarchand, nel Museo d'arti decorative a Parigi.
Lo scrittoio è retto da sfingi alate che richiamano i repertori decorativi dei bronzisti francesi, dopo le campagne napoleoniche in Egitto.
Anche la commòde ha delle applicazioni figurate con temi cari al neoclassicismo: il "Poeta a banchetto, onorato dalla gloria" e le "Danzatrici pompeiane", identiche su un portagioielli della regina Ortensia, ad Arenberg. Della stessa provenienza sono l'orologio a pendolo, di Bailly e il barometro Chevallier esposti nello studio.
Alcuni dei volumi conservati nella libreria sono di Gioacchino Murat; appena una campionatura della Biblioteca Palatina, che è stata inglobata nella Biblioteca Nazionale di Napoli.
I dipinti appartengono al paesaggio napoletano della scuola di Posillipo, Gonsalvo Carelli, "Castellammare" e "Cava"; il più tardo Sorrentino, "Veduta da Palazzo Salerno", e al naturalismo di Nicola Palizzi, del quale notiamo i "Tre cani da caccia" datati 1852.

Sala XIV

La Sala XIV conserva uno dei rari soffitti del tempo di Carlo di Borbone, della metà del Settecento. Una rete di stucchi bianchi con fondo d'oro si stende come un merletto, in modo fitto e variato, sulla superficie a volta, allargandosi in ramificazioni mistilinee.
Da un disegno conservato all'Archivio di Stato di Napoli, per un pavimento della stanza del Belvedere, sappiamo che gli stucchi si rispecchiavano in motivi simili ai pavimenti maiolicati poi sostituiti da marmi, nell'Ottocento.
Nella Sala sono esposti dipinti del Seicento Napoletano. Di Andrea Vaccaro, "La favola di Orfeo che incanta gli animali", versione naturalistica di temi poussiniani e "L'incontro di Rachele e Giacobbe", di una sensibilità sentimentale affine a Bernardo Cavallino.
Monumento di storia e di pittura è la pala di Luca Giordano: "San Gennaro invoca la fine della peste a Napoli". La tela segna la transizione del Giordano dal naturalismo caravaggesco della fase giovanile, espresso dai corpi martoriati riversi in primo piano, alla visione luminosa del barocco, per la conoscenza della pittura di Rubens, nella parte superiore.
Al centro della Sala, è esposto un tavolino con piano di pietre dure su fondo di porfido, dell'Opificio delle Pietre Dure di Firenze, donato dal Granduca Leopoldo di Toscana a Francesco I Borbone, intorno al 1825.
Il disegno di Giovanni Battista Giorgi riproduce con virtuosa esattezza conchiglie dai gusci maculati.

Sala XV

Come la precedente, la Sala XV conserva il soffitto settecentesco con eleganti stucchi rococò, intervallati da puttini che tirano l'arco ed aironi che s'impigliano nelle ramificazioni delle cornici sagomate. Le specchiere in legno dorato, ripropongono, in bassorilievo, simili soggetti.

La Sala è dedicata alla pittura di paesaggio dal Cinquecento all'Ottocento; da Paul Brill a Pieter Mulier a Orazio Grovenbroeck.
La "Villa Ideata", del 1641, di Viviano Codazzi e Micco Spadaro, supera l'esercizio scenografico per una veduta di sapore naturalistico.
La Napoli di Groevenbroeck tramanda un'immagine della città, anteriore alla ragione prospettica di Van Wittel, ancora arcadica e verde. Volaire interpreta invece i temi pittoreschi amati dal turismo internazionale alla fine del Settecento: "il mare al chiaro di luna", "il fuoco dell'eruzione" o un "falò sulla costa del Chiatamone", mostrando la vitalità di una popolazione dal carattere giocoso.
Originale, da un inedito punto di vista, è il "Palazzo Reale", di Dunoy, a Napoli sino al 1812.
Al centro della Sala, un tavolino donato a Ferdinando II dal barone Manganelli nel 1830, si ispira, nella decorazione dei marmi commessi, al genere del paesaggio, con una veduta di Napoli dal mare e le sirene, legate al mito di Partenope, che reggono la corona borbonica.

Sala XVI

Un tempo stanza di appartamento privato, la Sala XVI è arredata con mobilio dell'Ottocento, che riproduce le linee curve e la decorazione a conchiglia e foglie arricciate del rococò.
Il soffitto, come nelle due sale precedenti, è ornato da una finissima partitura di stucchi bianchi che, al centro della volta dorata, disegnano una ruota a raggiera; ai lati, altri frontoni mistilinei con ovali. Qui è esposta una bella serie di dipinti di Luca Giordano, in parte provenienti da Capodimonte.

Intensa e raccolta, vicina agli esiti del barocco genovese, è la "Andata al Calvario" attribuita al Giordano.
Le battaglie dell'antichità: "Semiramide alla difesa di Babilonia", "Orazio Coclite sul ponte Sublicio" ed una "Battaglia presso il ponte", richiamano la cultura di Pietro da Cortona. "Ercole e Onfale" e, soprattutto, la "Venere allo Specchio", sono il risultato della personale sintesi di Luca Giordano delle maniere dei maestri veneziani, soprattutto del Tiziano.

Sala XVII

Nella Sala XVII, una tappezzeria in broccatello giallo oro fa da sfondo ai mobili fittamente intagliati, laccati e dorati in stile neorococò. La stanza, un tempo salone di ricevimento, attiguo al Salone d'Ercole, è ornata da un soffitto a stucchi di cartapesta di disegno neoclassico, con un rosone circolare dal quale partono lance simmetriche a palmette. Sono esposti dipinti che illustrano gli sviluppi meridionali e romani della pittura del Seicento. Di stretta cultura caravaggesca, anche nelle ricerche luministiche, è il "Cristo tra i dottori" di Jacopo Galli, detto Spadarino, attivo a Roma già nel secondo decennio del Seicento; più legati al gusto narrativo nordico sono la "Natività" di Stomer e "Orfeo che incanta gli animali" attribuito a Gerhard von Hontorst, in cui, il volto anticlassico di Orfeo, richiama la pittura borghese dei nordici a Roma. La "Giuditta e Oloferne", del Monrealese, è caratterizzata da un'impronta drammatica riberiana, che il pittore siciliano apprese nel soggiorno a Napoli nel 1630. Un raro pittore rubensiano, Jan Lys, è presente con un "Trionfo di Davide" del 1622.
"Il ritorno del figliol prodigo", di Mattia Preti, è la più intensa delle versioni di questo soggetto biblico che esprime il tema morale del perdono in un poderoso e toccante luminismo.

Sala XVIII

La Sala XVIII è priva di tappezzeria, rimossa per i lavori successivi al terremoto del 1980. I mobili sono di età murattiana, sedie e consoles hanno impronta rettilinea, con ornati di alloro e api, simbolo napoleonico, gambe a forma di faretra come richiamo al gusto archeologico.
Del Seicento emiliano, è la raccolta dei dipinti che provengono dalla collezione Farnese, ereditata da Carlo di Borbone dalla madre, Elisabetta Farnese, e nucleo del museo borbonico, destinata in parte alla galleria reale.
Bartolomeo Schedoni, nella "Sacra Famiglia nella bottega di San Giuseppe falegname", realizza un'originale sintesi di cultura manieristica e Correggio - un Correggio visto con gli occhi del Seicento, secondo Wittkover - con uso emotivo di zone di colori primari ed effetti quasi di superficie metallica.

In "Elemosina di Sant'Elisabetta", del 1613, sono introdotte figure lacere e malmesse, come risultato tutto esteriore della conoscenza di Caravaggio.
Nel "Sogno di San Giuseppe", del Guercino, l'ardito taglio compositivo carica l'evento di veemenza barocca e la cultura bolognese-veneziana esprime effetti di luce intensa e colori caldi e brillanti.

Sala delle Nature Morte

La Sala delle Nature Morte presenta, allineati e affrontati, numerosi esempi sei e settecenteschi del genere che, a Napoli, ebbe gran fortuna soprattutto nel Seicento, sulla scia della tradizione fiamminga. Le raffigurazioni di cucine e piatti imbanditi, di pittori come Giacomo Nani, e il grottesco "Scartellato", decoravano le sale da pranzo rustiche delle dimore di campagna; le cacce, i fumoir maschili; i trofei di fiori, tra i quali ci avviciniamo a quelli di Gaetano Cusati, le anticamere e sale da pranzo rococò. Il senso della vista vuole qui esaltare ed evocare l'odorato e il gusto.

Sala XX

La Sala XX è un vestibolo neoclassico a esedra, con colonne e statue di stucco, disegnato dall' architetto Genovese.
Il gusto neoclassico caratterizza le opere qui esposte: il busto di Achille, attribuito a Thorwaldsen, copie cinquecentesche di sculture romane, come Marc'Aurelio e l'Antinoo di Guglielmo della Porta, infine la "Roma" di Pietro Tenerani.
Alle pareti, sono esposte incisioni di Tischbein riprese dai vasi greci di Hamilton e tempere di Nicola Vanni, della seconda metà del Settecento, che riproducono pitture romane dell'area di Stabia, copiate per l'edizione delle "Antichità di Ercolano esposte", prodotta dalla Stamperia Reale.
Al centro, un tavolino di bronzo patinato e marmi commessi, ispirato alla forma di un tavolino marmoreo ercolanese. L'opera è databile al 1825.
Nel vano interno è esposto un salotto napoletano di gusto Biedermayer, databile intorno al 1820.

Sala dei Pilastri

La "Sala dei Pilastri", interamente dedicata a Gabriele Smargiassi, è una breve galleria sul cortile delle carrozze, scandita da lesene ioniche. Le consoles di legno intagliato, dipinto e dorato, di artigianato napoletano di corte, sono databili intorno al 1780. Poltroncine e divano risalgono al periodo murattiano, i vasi ad anfora, di porcellana di Francia, sono della prima metà dell'Ottocento.
La Sala espone opere di Gabriele Smargiassi, professore di paesaggio all'Accademia di Napoli dal 1837 al 1882. Un lavoro giovanile vicino al maestro Pitloo, la "Fontana di Genzano", e quattro grandi composizioni con figure sacre in paesaggi neoseicenteschi, acquistate da Ferdinando II; in particolare il "San Sebastiano curato dalle pie donne" ed il "San Francesco in preghiera".
In fondo alla Sala, la "Vendemmia all'isola di Ischia", che per la commissione ufficiale si rifà al vedutismo auli-co settecentesco di Philipp Hackert.
In una vetrinetta è stata collocata di recente una coppia di vasi dell'arredo privato tratti dai depositi; appartennero probabilmente alla Regina Maria Teresa intorno al 1840, sono di cristallo di Boemia dipinto di rosa, di taglio neogotico.

 

Sala XXII

La Sala XXII, denominata Salone d'Ercole, conserva tracce dell'antica funzione istituzionale di Sala dei Viceré nell'ampiezza e monumentalità architettonica.
Nel Seicento era ornata dai ritratti di tutti i Viceré, dipinti dallo Stanzione e da Paolo De Matteis. E' denominata Salone d'Ercole perché negli anni '20 dell'Ottocento, fu allestita con calchi delle sculture del museo Farnesiano, tra le quali l'Ercole Farnese.
L'attuale allestimento, con gli arazzi della serie di "Amore e Psiche" della Reale Fabbrica di Napoli, risale alla metà del secolo scorso quando prevalse la funzione settecentesca di salone da ballo.
Gli arazzi furono tessuti da Pietro Duranti sui cartoni di Fedele e Alessandro Fischetti, tra il 1783 e il 1789. La qualità stilistica dei cartoni, come la scelta quasi monocromatica, è in bilico tra il tardo rocaille e il primo neoclassicismo.

L'arazzo di "Psiche che illumina Cupido addormentato", di grande delicatezza disegnativa, sconfina nella dimensione protoromantica. Si alternano alla serie di Psiche quinte con i "Filosofi" Licurgo, Solone, Ermete, Numa Pompilio, del ciclo dell'"Apoteosi Regia", tessuta su disegni del neoclassico Desiderio de Angelis.
L'arredo della Sala, con consoles dalle gambe binate e fregi dorati, è opera di artigiani napoletani del tempo di Gioacchino Murat. Su basi e consoles, grandi vasi francesi, dipinti a Napoli da Raffaele Giovine negli anni '40 dell'Ottocento, quando, per la crisi della fabbrica, nacque l'artigianato della decorazione della porcellana francese importata bianca.
Accanto all'ingresso è collocato un grande vaso a cratere verde cromo della manifattura imperiale di Sevres databile intorno al 1812, con raffinate vignette dipinte da Beranger da un quadro di Gerard: "Omero tra i vasai di Samo" e applicazioni di bronzo dorato.
Si può dire che il vaso, nella grande qualità dei particolari e nella stessa iconografia, è monumento dell'artigianato della Grecia Classica.
In fondo alla Sala, un orologio di bronzo dorato e patinato firmato dal parigino Thurel, attivo nella prima metà del Settecento. Il movimento è retto dalla figura di Atlante che regge il globo terrestre ad indicare in modo epico, il rapporto tempo-spazio nella cosmologia mitologica.
L'oggetto più antico esposto nella Sala è il tappeto, tessuto nella Fabbrica della Savonnerie intorno al 1672 per la grande Galerie del Louvre, su ideazione di Charles Le Brun.
Parte della mobilia di Luigi XIV di Francia, fu portata a Napoli dai Murat. Di grande interesse il percorso delle retrostanze, le sale interne che servono anche da disimpegno alla fila di stanze sul lato del mare.

Sala XXIII

La Sala XXIII, tappezzata di lampasso azzurro, è arredata con mobili neorococò della metà dell'Ottocento, ed è allestita con una serie di dipinti di Francesco Celebrano.
Le tele raffigurano le stagioni attraverso le attività della semina, pascolo, falciatura, raccolta del grano, vendemmia. Provengono probabilmente dal Casino Reale di Carditello, dimora di campagna dei Borbone. Ma non soltanto per questo si spiegano i soggetti contadini.
Siamo intorno al 1780, una data molto vicina alla rivoluzione francese, ed è con occhio attento alla realtà ed ai gesti del lavoro dei campi che viene ripresa questa pur immaginaria popolazioneAl centro della stanza, una originale e rara "macchina per leggere". E' un leggio rotante, appartenuto alla regina Maria Carolina, firmato da Giovanni Uldrich e datato 1792.
La base con gambe a colonnina è uno scrittoio.
Stando seduti ed azionando con una manovella un mulino a due ruote, è possibile avvicinare otto leggii e consultare contemporaneamente otto libri diversi.
Le parti di sostegno del mobile, di mogano e bronzi dorati, prendono forme neoclassiche di colonne con capitelli, ma l'ebanista si compiace di lasciare in evidenza perni e raggi della ruota, riducendo ogni cosa all'essenziale.

Sala XXIV

La Sala XXIV, che potremmo chiamare Sala di Don Chisciotte, è una retrostanza dal parato rosso, tutta raccolta sotto un soffitto settecentesco con stucchi a rete.
Alle pareti, i cartoni dipinti dai pittori napoletani per fare da modello alla tessitura di una grande serie di arazzi della fabbrica di Napoli, tra il 1758 e il 1779. Il cartone o grande bozzetto a olio serviva a suggerire la composizione e gli effetti pittorici che l'arazziere riproduceva con l'intreccio dei filati, lana e seta, su orditi di lino o di canapa.

Qui, il soggetto è l'avventura di Don Chisciotte, tema burlesco di satira della cavalleria, già usato dall'arazzeria francese.
Giuseppe Bonito dipinge con spirito caricaturale "Don Chisciotte combatte contro i mulini a vento", "La regina Micomicona chiede soccorso a Don Chisciotte", "Don Chisciotte beve con una canna attraverso la celata".
Giovan Battista Rossi illustra alcune scene piene di variazioni pittoriche rocaille: "Sancio, avendo rifiutato di pagare il conto all'osteria è proiettato in alto come una palla dagli amici dell'oste", "Gines ruba l'asino di Sancio" e, finalmente, "Don Chisciotte e Sancio tornano a casa".
Al centro della Sala, una grande fioriera ad alzata di porcellana e ottone dorato che il Municipio donò a Ferdinando II, dopo che questi aveva concesso la Costituzione del 1848. In alto le iniziali del Re e lo stemma giallo e rosso di Napoli, alla base, tre vignette con le regge borboniche di Capodimonte, Napoli e di Caserta.

Sala XXV

La Sala XXV è una vera e propria raccolta di pittura di paesaggio a Napoli nell'Ottocento.
Committente di queste opere fu ancora una volta Ferdinando II di Borbone, spesso per il tramite delle esposizioni annuali dell'Accademia di Belle Arti di Napoli.La veduta neoclassica del pittore belga Frans Vervloet conserva tutta la nitidezza ottica della pittura fiamminga rinascimentale. A lungo attivo a Napoli, dipinse nel 1837 questa "Veduta di Piazza San Marco a Venezia", acquistata dal Re di Napoli.
Romantici e studiati, su effetti di luce solare o lunare, sono la "Foresta al Tramonto" ed i "Naufraghi al chiaro di luna" di Salvatore Fergola, che conclude così il suo itinerario di virtuoso del paesaggismo napoletano, avviato ai primi del secolo con maniera harckertiana.
Una serie di dipinti di Pasquale Mattei, datati agli anni Ô50 dell'Ottocento, raffigurano cronache di folclore del Regno di Napoli: "la Fiera di San Germano in Abruzzo", "la Festa di Santa Rosalia a Palermo" e la "Processione al Santuario di Capurso".
All'interesse per il paesaggio e per il territorio si univa ormai, a quell'epoca, il gusto etnografico per i culti e le manifestazioni popolari. Dello stesso pittore, eclettico amante di fotografia, numismatica, epigrafia e storia locale, è la tela dell'interno della Cattedrale di Montecassino, con la processione del Corpus Dominis, di grande interesse documentario.
Nella "Piazza del Carmine", di Giovanni Serritelli, del 1859, vere architetture fanno da sfondo al teatro quotidiano della vita popolare. In "Pozzuoli" la matrice è ancora il vedutismo razionalistico.
La Sala faceva parte, nel Settecento, degli ambienti privati di Maria Amalia di Sassonia, moglie di Carlo di Borbone. Infatti in due salette adiacenti sono stati scoperti, di recente, due affreschi di Domenico Antonio Vaccaro che decoravano i passetti ai lati dell'alcova della regina, con funzioni di cappella privata, documentati, ma persi dietro le controsoffittature messe nell'Ottocento.

Sala XXVI-XXVII-XXXIV

Nella Sala XXVI, l'Allegoria dell'Unione Matrimoniale che raffigura, nel raffinato rococò dell'artista, la donazione del cuore tra gli sposi, incatenati da maglie d'oro.
Nella XXXIV l'Allegoria della Maestà Regia, retta dalla Pace, il Dominio e la Fortuna, tra i simboli dell'autorità nel mondo, più vicina ai modi del maestro del Vaccaro, Francesco Solimena.
Nelle tre salette si conservano arredi dell'Ottocento. In particolare due vasi in ceramica della fabbrica Giustiniani ed un'importante scrivania neoclassica appartenuta a Maria Isabella, moglie di Francesco I, con piani di marmi mischi e granito del Vesuvio. Tra i dipinti di genere letterario e di costume, l'"Inferno dantesco", di Tommaso de Vivo; "Erminia tra i pastori", di Gioacchino Toma e la romantica immagine della "Casa del Tasso", con il poeta ritratto al chiaro di luna, a Sorrento.
I due pescatorelli di Orest Kiprenski, pittore russo attivo a Napoli nella prima metà dell'Ottocento, sembrano voler rimandare oltre la scena di genere, ad un'ideale armonia tra popoli diversi, rappresentati dalle fisionomie bionda e bruna dei due ragazzi.

Sala XXIX

La Sala delle Guardie del Corpo, XXIX nel percorso di visita, è contigua alla Sala del Trono e allo Studio del Re. Essa è arredata con arazzi della fabbrica napoletana: l'Aria, la Terra e l'Acqua, i primi panni tessuti entro il 1746, dopo che arazzieri e macchinari dell'arazzeria Granducale di Firenze, ormai chiusa, furono trasferiti a Napoli per fondare la Reale Fabbrica Borbonica. Gusto e modelli disegnativi degli arazzi sono perciò ispirati al rococò fiorentino, mentre i bordi, ornati di nature morte, risentono della tradizione decorativa manieristica.
Dalla Stanza del Belvedere proviene invece "l'Innocenza", tessuta da Pietro Duranti su cartone del Bonito, con il coordinamento del Fuga per la camera di Ferdinando IV, nel 1766.
L'arazzo fa ora da sfondo ad un impressionante ritratto della moglie di Ferdinando, Maria Carolina d'Austria.
E' una scultura in cera e vetro di singolare iperrealismo, che si spiega con la cultura nordica dell'autore, l'austriaco Joseph Muller. Tra i mobili della Sala, in stile Impero dei primi due decenni dell'Ottocento, segnaliamo gli sgabelli con gambe a spade incrociate, versione napoletana di un prototipo ideato dall'ebanista francese Jacob e corrispondenti al gusto militaresco introdotto a corte dal Regno Murattiano.
Alla gerarchia nobiliare, Napoleone aveva infatti sostituito quella delle armi, con risvolti anche nell'etichetta e nell'arredamento.
Sulle consoles sono esposte significative suppellettili di stile Impero: l'Orologio con la musa Urania, del francese Bailly, e quattro statuette di Marte e Minerva accanto a fasci littori, di un bronzista francese dei primi dell'Ottocento.

Cappella

Una porta di legno intagliato, del Cinquecento, che si trovava un tempo nella Cappella di Palazzo Vecchio, apre la Cappella Reale, che il progetto di Domenico Fontana volle sullo stesso piano dell'Appartamento nobile, collegata alle stanze.
Entriamo nel luogo delle cerimonie religiose a corte, il luogo dei battesimi, delle nozze e dei funerali dei re, servito da un clero particolare e, con i Maestri di Cappella, centro della vita musicale a Napoli nel Seicento e Settecento.
La Cappella fu costruita negli anni '40 del Seicento, da Francesco Antonio Picchiatti, e dedicata all'Assunta. Si presenta ora ad una navata maggiore con due laterali ribassate e decorate da stucchi. Nella zona alta sono appena visibili i resti della decorazione a fresco degli inizi del Settecento: le "Storie della Genesi" di Giacomo del Po.
Più in basso, una fascia di finto marmo con angeli che recano palme e rami di ulivo, di Giuseppe Cammarano, dipinti insieme all'abside cassettonato, in stile neobizantino tra il 1808 e il 1815.
Lesene verticali e finto marmo giallo della navata centrale, risalgono al restauro del dopoguerra, quando la Cappella, bombardata, fu riallestita sulla base del dipinto del Dominici che abbiamo visto nella Sala III.
Dal crollo del soffitto, il 14 Agosto 1943, si salvò la tela centrale di grandi dimensioni, che era stata rimossa: l'"Assunta" di Domenico Morelli, dipinta nel 1869, ispirata al genere del verismo storico, che rappresenta l'episodio sacro con intento di ricostruzione storica.
Molti pittori delle navatelle laterali illustrano allo stesso modo le storie di Cristo e di Maria, come scene che si svolgono in Palestina, tra paesaggi rupestri e costumi esotici: Biagio Molinari, nei "Profeti" e nel "San Giovanni che predica nel deserto"; oppure "Cristo nell'orto" ricco di drammatici effetti di luce, del Maldarelli, nell'oratorio di destra; in particolare, in quello di sinistra, "Le Marie al sepolcro", di Francesco Sagliano.
Stucchi tardo-neoclassici di Ignazio Perricci riempiono di bianco e oro le navatelle.
Sull'altare di sinistra, la composta "Immacolata" di Tito Angelini. In controfacciata, si conserva l'olio di Saverio Saltelli de "La Madonna orante".
Ma il fulcro della Cappella Reale è il suo prezioso altare barocco, dell'architetto Dionisio Lazzari, realizzato nel 1674 per la Chiesa di S. Teresa agli Studi, arricchito delle porte laterali nel 1691.
Su una montatura di rame dorato, ornata da Cherubini di modellato naturalistico e statue di Santi e di Virtù, si innestano con incredibile fasto pietre dure: agate, lapislazzuli, onice, diaspri ed ametiste.
Una preziosa impiallacciatura, ricca di valore intrinseco e di colorati fulgori.
La tradizione fiorentina del commesso marmoreo, da cui prendeva il via la bottega dei Lazzari, è completamente stravolta e rinnovata dal gusto barocco napoletano.
Non più usata per le cerimonie di culto dal 1943, la Cappella è stata trasformata in museo della propria suppellettile sacra. Di tutti gli oggetti conservati in sagrestia sono stati scelti gli esemplari più significativi, ed esposti in vetrine di plexiglas e ardesia. L'originale forma a piramide, con l'inclinazione delle superfici, consente l'osservazione degli oggetti esposti, senza inconvenienti generati da luci riflesse.
Avanzando verso l'altare, nel settore di sinistra, troviamo piccole sculture sacre. Il "Cristo risorto", in bronzo dorato, attribuito al Vinaccia, proviene da un altare smembrato. Da solo, suggerisce una dimensione spaziale barocca e la presenza plastica immediata e guizzante, propria della scultura napoletana della seconda metà del Seicento, che tiene conto degli esiti del barocco romano.

"San Michele che abbatte i demoni" è un grande amuleto di alabastro, salvifico contro la peste, di un ignoto artigiano trapanese. Forse, la stessa mano, artefice di lavori di avorio e di coralli conservati nel Museo di San Martino.
Il Cristo in avorio, proveniente dall'oratorio privato della regina Maria Isabella, rientra invece nella tradizione nordica, neo-manieristica del Crocefisso, forse boemo, della prima metà del Seicento, è uno degli oggetti tipici della pietà, delle corti italiane ed europee. Arredi sacri del Settecento sono disposti nelle vetrine a destra dell'ingresso: da un altare dell'oratorio privato di Francesco I provengono due bassorilievi di bronzo ed agata con i santi borbonici Ferdinando di Castiglia e Francesco di Paola.
E' un lavoro di Francesco Righetti, di gusto neoclassico temperato, di Luigi XVI.
Fra i tessuti, una pianeta in pekin bianco e rosa broccato a mazzetti di fiori, con le iniziali ricamate del donatore: Ferdinando Borbone.
Nello stesso settore, gli argenti sacri di Lorenzo Cavaliere, Argentiere di Corte di Carlo di Borbone, del quale è rarissima la suppellettile prodotta per la corte, a causa delle fusioni dell'argento imposte nel 1798 per sostenere le spese di guerra.
Nelle vetrine più vicine all'altare, gli arredi sacri dell'Ottocento, anforette, camici di lino con merletti, tessuti acquistati in Spagna nel 1826 e, infine, le reliquie, tra le quali molti medaglioni in porcellana miniata o filigrana; proiezioni della religiosità di corte e documento di arti decorative ormai in disuso. Tutto il materiale esposto in Cappella ha questo doppio valore documentario.
Con lo spaccato di uno dei momenti della vita interiore dei Borboni si conclude la visita alla Reggia, dove in massima parte è maturata la storia di Napoli degli ultimi quattro secoli, e dove restano vive le testimonianze di vicende e civiltà che hanno contribuito alla formazione di un impareggiabile patrimonio non solo artistico, ma anche di cultura, intelligenza e tradizioni, che rappresenta la parte più immediata e vera, dei valori di Napoli.

(testi di Annalisa Porzio)
I cortili e i giardini si possono visitare liberamente.

 
   
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